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Silenzio:paura di stare con noi

Il silenzio è spesso al centro di molte mie riflessioni; abituata a lavorare in ogni condizione , con tantissime persone diverse , mi capita spesso di confrontarmi con questo argomento

 

Perchè abbiamo sempre così tanto bisogno di parlare, di ascoltare musica sentire il sottofondo della televisione?

Avete mai fatto caso a quante parole vuote vengono pronunciate ogni giorno?

A quanto parliamo ripetendo mille volte lo stesso concetto o non dicendo effettivamente niente?

In realtà abbiamo paura del silenzio e allora ci circondiamo e ci stordiamo di rumori. Ma c’è un grande problema :Possiamo sentirci soli persino quando siamo circondati da molte persone. Siamo soli insieme.

E tutto questo è causato da un vuoto dentro di noi , con il quale non ci sentiamo a nostro agio . Per alleviare questa difficoltà cerchiamo di riempire e di colmare i nostri silenzi. La tecnologia è un bellissimo esempio di quello che sta accadendo: Siamo sempre”connessi” ma siamo sempre più soli.

 

Silenzio : cosa proviamo

“Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una cosa sola: la loro incapacità di starsene tranquilli in una stanza” Blaise Pascal

Possiamo provare un senso di vuoto interiore, un senso di isolamento, di infelicità, di irrequietezza.

Possiamo sentirci tristi e non amati. Possiamo avere l’impressione che ci manchi qualcosa di importante. Alcune di queste sensazioni sono molto antiche e sono sempre state con noi.

Avere una miriade di stimoli ci rende facile distrarci da ciò che stiamo provando, ma quando c’è silenzio tutte queste cose si manifestano chiaramente.

Silenzio:

Kanyo Tannier “La cura del silenzio”

 

Voglio parlarvi di uno dei libri più interessanti che ho letto sul silenzio.

E’ scritto da Kankyo Tannier, una monaca 2.0 , francese che vive nei paraggi di Strasburgo.

Nel suo libro La cura del silenzio, racconta una serie di aneddoti legati al silenzio, accaduti in anni di studio e pratica .

Secondo Kanyo Tannier siamo costantemente distratti da noi stessi, nel tentativo di ricolmare una mancanza primordiale, un bisogno inesauribile di sapere che ci siamo, che esistiamo – che siamo amati, che siamo utili, che siamo vivi. 

Per farlo mettiamo in atto tutta una serie di strategie che non fanno altro che andare nella direzione della dispersione, dell’allontanamento, della separazione da noi stessi.

Buddha sosteneva che tutti noi siamo colpiti da una sorta di insoddisfazione cronica, che cerchiamo di placare con tutto quello che là fuori – fuori da noi – ci sembra possa funzionare. Lavoro, relazioni, dipendenze varie, moto perpetuo.

Come fare allora?

L’unica soluzione appare essere quella di rifugiarsi in noi stessi e nella nostra presenza mentale attraverso il silenzio

Kankyo ci suggerisce alcuni esercizi utili…

  1. Ripulire e rilassare lo sguardo, in modo che si rivolga dentro di noi, piuttosto che al di fuori, alla ricerca della “soluzione” al malessere della mancanza. Abbassare gli occhi e respirare per qualche minuto, anche nel bel mezzo di una giornata intensa, può essere d’aiuto. Oppure alzare lo sguardo, e rivolgerlo al cielo, alle nuvole o ad una notte stellata, è un balsamo per le nostre anime agitate.
  2. Notare la tendenza automatica a definire le cose e le persone. Abbiamo così tanta paura di incontrare ciò che è sconosciuto, che ci precipitiamo a definirlo. E’ quello che ognuno di noi fa molto spesso con le esperienze della vita, da quelle piccole, a quelle grandi.
    Una volta che abbiamo individuato la nostra tendenza innata a definire e classificare, a giudicare, possiamo imparare a tacere.Un proverbio giapponese recita: “le parole che non abbiamo pronunciato sono i fiori del silenzio” . Praticare il Nobile Silenzio, come lo chiama il Buddha serve non tanto a soffocare il nostro “diritto” a dire qualsiasi cosa ci viene in mente; ma piuttosto a placare la mente discorsiva che gira su se stessa come un disco rotto, portandoci a formulare pensieri inutili che ci succhiano energia vitale.
  3. Imparare a sentire con il corpo. Rudolf Steiner, pedagogo e fondatore delle scuole che portano il suo nome, diceva che i bambini del XX secolo sono come dei palloncini, composti da un grosso pallone (la testa) e da una piccola cordicella, quello che c’è sotto la testa. I bambini non sono abituati a gestire le loro emozioni , a familiarizzare con il loro corpo. Ogni distrazione diventa funzionale allo scopo: telefonini, tablet , computer , televisione, droghe, cibo… Perché è così difficile “tornare al corpo”? Perché il corpo – dice Kankyo – è in stretto contatto con il reale, anche il reale delle emozioni. Se ci isoliamo dal corpo, sarà più facile evitare emozioni negative e rimanere in superficie senza correre il rischio di “farsi male”I.

Kankyo suggerisce di dedicare un’ora o due, o anche tutto un giorno, al silenzio.

Deve essere un silenzio programmato in modo da essere sicuri di non essere disturbati . Si tratta di un tempo tutto nostro in cui mangiare in silenzio, meditare , camminare in silenzio e guardare fuori dalla finestra. Il mondo ci apparirà diverso. Semplificare, tornare a respirare.

Addestriamoci alla mancanza. Capiamo che non è nè urgente , nè inevitabile, nè tantomeno fondamentale colmare tutti gli spazi vuoti.

Semplicemente : facciamo pace con noi stessi.

 Silenzio: La mia esperienza

Avendo vissuto in un Istituto  buddhista, ovviamente ho avuto modo di avvicinarmi a questa pratica. 
Appena arrivata in Istituto, parlavo, parlavo, per conoscere ma soprattutto per farmi conoscere. Avevo la strana idea che per essere amichevole con le persone dovessi parlare. Quando ho annunciato che avrei intrapreso una intera giornata di silenzio, tutti si sono messi a ridere pensando che non sarei mai riuscita a non conversare per una intera giornata. 
Devo dire la verità è stato molto difficile , inizialmente.
Poi, con il passare delle ore , ho cominciato ad abituarmi all’idea di stare con me semplicemente. Ho capito che tutto sommato “bastavo a me stessa” e che tutto il frastuono , il rumore era inutile se non addirittura dannoso. Ho capito che non servono le parole per comunicare. Gli occhi ,un sorriso ci dicono molto di più. 
E poi , mangiare in silenzio…
Ho sempre mangiato e parlato con chi mi stava accanto o se ero sola a mangiare accendevo radio , televisione. Qualsiasi espediente era preso in considerazione pur di sentirmi in compagnia. Mangiare in silenzio , ti porta inevitabilmente ad assaporare ogni cibo. La mente non vaga distratta ma rimane presente a se stessa nell’atto del mangiare. Allora si che mangiare non è più solo nutrire il corpo ma è anche nutrire l’anima.

Tutto, con il silenzio, assume una veste speciale .

Essere presenti significa fare  della nostra vita un’opera d’arte.

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